di Alberto Cavaglion 
estratto da Hamelin. Storie Figure Pedagogia n. 27 – “Storia e storie”, gennaio 2011

Tra il luglio del 1942 e l’ottobre del 1943, venne ospitato a Villa Emma a Nonantola un gruppo di ragazzi ebrei provenienti da varie città europee, in attesa di potere emigrare in Palestina. A Nonantola questi ragazzi poterono continuare gli studi e stringere amicizia coi coetanei locali, accompagnati dalla benevolenza e dall’aiuto concreto dei nonantolani. Di quel soggiorno, ricordato ancora oggi come grande esempio di solidarietà, restano a testimonianza foto e documenti, esposti nella mostra permanente di Villa Emma, a cui si sono aggiunti nel 2003, grazie a un fortunato ritrovamento, i libri della biblioteca appartenuta ai ragazzi ebrei. Di questa biblioteca, il cui catalogo sarà presto dato alle stampe, ci parla lo storico Alberto Cavaglion.

 

Un libro è come una semente, scriveva Angelo Fortunato Formiggini nel 1909: “Da un granello trovato in una piramide egiziaca potrebbe anche oggi rinascere una fiorente messe biondeggiante”. Salvare un libro, nella tradizione ebraica, è un dovere. Quanto è accaduto agli 82 volumi dei ragazzi di Villa Emma sembra adesso realizzare quel sogno. Non lontano dalla Modena formigginiana, non in una piramide egiziaca, ma nel solaio di una maestra elementare, si è salvato un piccolo patrimonio librario appartenente a quei “ragazzi” scampati dalle persecuzioni attraverso la Jugoslavia, l’Italia e poi la Svizzera, fino alla salvezza in Palestina. Fuggendo attraverso l’Europa qualcuno costituì per loro una biblioteca.
Un giorno una commissione europea dovrebbe farsi carico di istituire un Tribunale per riconoscere il titolo di Giusto a quanti hanno contribuito a salvare una semplice cassa di libri.

La Biblioteca dei ragazzi di Villa Emma non è una biblioteca come le altre. Sicuramente non è una libreria politica, che aveva per obiettivo l’indottrinamento dei giovani. Non vi sono i classici della filosofia, non troviamo nemmeno i classici del pensiero sionista. Marx o gli illuministi tedeschi, Herzl e Nordau brillano per la loro assenza. La letteratura offriva invece la possibilità di cercare un altrove, un mondo totalmente diverso da quello della fuga, della clandestinità, della paura.
La vicenda dei libri di Villa Emma richiede di essere collocata dentro una storia più ampia degna di essere, finalmente, ricostruita. Partendo dal solaio di Nonantola si può fare un viaggio, ma bisogna dotarsi di un atlante, diverso da quelli che di solito si pubblicano ― con la cronologia degli eccidi, gli infiniti zeri delle vittime civili dei bombardamenti, degli stupri e delle stragi. Una cartografia “altra”.

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Il catalogo di Villa Emma è un capitolo della storia affascinante dei libri perduti (o salvati). La fortuna di poter toccare con mano questi volumi, pensando alla strada che hanno fatto, non va disgiunta dal combinarsi di altri elementi. Come, e forse più di una targa di marmo, il catalogo, una volta che sarà stampato a cura della Fondazione Villa Emma (www.fondazionevillaemma.com) insegna molte cose, se la si colloca nel suo giusto contesto. Precursori, ad esempio, non mancano.
Nel 1872 un fantasioso storico francese, Joseph-Marie Quérard, pubblicò un catalogo, Livres perdus et exemplaires uniques. Quérard ha trascorso larga parte della sua vita a schedare libri scritti e stampati, ma di cui si possiede solo notizia, ma nessun esemplare (tutt’al più copie uniche, difficilmente accessibili o addirittura fantomatiche). Uno schedario di una biblioteca inesistente.
Il margine fra esistenza e non-esistenza, quando si parla di libri “perduti”, è tenue. È accaduto anche con gli 82 libri superstiti, di cui parliamo: esemplari a modo loro unici. Senza possedere il metodo di Quérard, da qualche anno ho iniziato a schedare i libri che in Italia fra il 1943 e il 1945 non poterono essere ultimati, perché il loro autore, arrestato o caduto in combattimento, non fece in tempo a finirli, ma di cui ci è rimasta notizia.

Il discorso non vale solo per l’Italia. Non si sono salvate le due valigie di carte che Walter Benjamin, insigne studioso di cataloghi librari e collezionista lui stesso, portava con sé nella sua fuga senza fine attraverso l’Europa. Destino vuole che le due valigie siano sparite lungo i sentieri dei nidi di ragno, nella città di Italo Calvino, a Sanremo, dove la moglie di Benjamin, Dora, gestiva la pensioncina Villa Verde. Per cercare di recuperare quelle valigie, si muoverà dopo la fine della guerra anche Gershom Scholem, purtroppo senza risultato. In uno dei suoi spostamenti durante la clandestinità sembra che sia andato perduto per le strade di Roma il manoscritto del libro su Alessandro Manzoni al quale Leone Ginzburg aveva a lungo lavorato durante il confino a Pizzoli.
I manoscritti si perdono ma anche si salvano e prima o poi approdano in tipografia. Nel 1943 Eugenio Montale fa pubblicare in Svizzera, a Lugano, Finisterre, “un libriccino impubblicabile in Italia”. Nello stesso periodo il critico musicale Massimo Mila va in montagna, nella valli di Lanzo, e qui continua a studiare i classici della letteratura italiana e tedesca, come aveva fatto in carcere sotto il Fascismo, quando aveva iniziato a lavorare alla traduzione delle Affinità elettive di Goethe, che esce nel 1943 e per molti anni rimarrà insuperata. La prima edizione della Breve storia della musica vede la luce nel 1944.

Il corpus di 82 volumi ritrovati a Nonantola, pur nella sua parzialità, permette di svolgere alcune osservazioni preliminari. Che si tratti di una porzione di biblioteca è evidente. Si sono salvati libri che solo in parte servivano per coloro che s’occupavano dell’istruzione dei ragazzi; principalmente sono libri di e per adulti.

Un caso a sé stante è quello del libro di Selma Täubler Stern, Jud Süss, di cui è conservata a Nonantola la rara edizione del 1929. Selma Stern è legata alla vicenda di Leo Baeck, con il quale iniziò a collaborare nel 1938. Il suo archivio ha attraversato prima l’Europa e poi l’Oceano, prima di essere restituito al Leo Baeck Institute, dove oggi è consultabile.. Nata a Kippenheim nel 1890 Selma Stern fu una ragazza prodigio laureatasi in storia a Heidelberg. Der preußische Staat und die Juden è la sua opera principale, iniziata a scrivere mentre la ricerca negli archivi per lei diventava ogni giorno più ardua e terminata dopo la fine del secondo conflitto. Dopo il matrimonio con lo storico Eugen Taeubler, emigrò prima a Londra, poi nel 1936 ritornò per un anno a Berlino prima di varcare definitivamente l’oceano nel 1941 con l’ultima nave diretta negli Stati Uniti, dove sarà fra le fondatrici degli American Jewish Archives. Selma Stern-Taeubler è mancata nell’agosto 1981 quando la memoria dei ragazzi di Villa Emma iniziava a rinascere.

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Fra i libri ritrovati una parte non piccola appartiene al mondo della scuola; penso ai dizionari di H. Michaelis, Nuovo dizionario tascabile italiano-tedesco, 1920; di F. Köhlers, Französich-Deutsches und Deutsch- Französiches Taschen-Wörterbuch, 1921; di H. Lindemann, Taschenwörterbuch der englischen und deutschen SpracheZweiter Teil: Deutsch-Englisch, 1911; penso a due classici per l’insegnamento della lingua ebraica: M. Rath, Lehrbuch der Hebräischen Sprache für Schul – und Selbstunterricht, 1920; M. Rath, A Hebrew grammar and reader for schools and selfinstruction, 1921. Penso soprattutto ai volumi di divulgazione di racconti biblici, testi su cui si era formata larga parte della gioventù ebraica di lingua tedesca, all’inizio del Novecento: M. H. Levy, Biblische Geschichte e il prezioso, elegantemente illustrato volume Zweimal zweiundfünfzig biblische Geschichten für Schulen und Familien del 1906.

Dell’uso che dei libri si fece a Nonantola non si apprende molto. Rare le sottolineature. Ci sono ex libris di persone i cui nomi ci sono famigliari per gli studi di Klaus Voigt. Dove i libri venissero acquistati lo apprendiamo da un timbro a inchiostro: “Biblioteca circolante poliglotta Gerco, Genova, via XX Settembre 10, rimpetto Mercato Orientale. Trova conferma la centralità del capoluogo ligure, fondamentale per chi conosca l’opera di assistenza ai profughi ebrei che qui si sviluppò.
Ad una prima osservazione le colonne portanti su cui si regge la piccola biblioteca di sopravvivenza sono le seguenti:
1) i libri che riguardano i problemi educativi, su cui domina ancora una volta il nome incontrastato di una donna che diede tantissimo agli studi pedagogici, Ellen Key: il suo Das Jahrhundert des Kindes è il solo volume postillato;
2) i dizionari e gli studi che toccano problemi linguistici o della traduzione, grammatiche della lingua ebraica e italiana;
3) i libri sull’ebraismo non sono pochi, ma si direbbe assente il lato liturgico-ritualistico: non c’è Rashi, non un’edizione del Pentateuco, né vi sono infatti libri di preghiere, trattati talmudici o commenti rabbinici.
Come si diceva, soprattutto ci sono libri di letteratura. Uno specchio piuttosto fedele di che cosa fosse e che cosa ancora rimanesse della Kultur, pur in mezzo a circostanze così calamitose.
Sempre sul terreno letterario non poche le sorprese e le stravaganze, come la presenza di Rabindranath Tagore (Der Gärtner). Fa capolino il simbolismo naturalistico di Maeterlinck, Die Intelligenz der Blumen.

La piccola biblioteca di Nonantola ha in ogni modo il mondo tedesco come baricentro: A. Döblin, Der schwarze Vorhang, il saggio di P. Friedrich, Frank Wedekind; G. Hauptmann, Die Insel der Grossen Mutter, S. Fischer, Berlin 1925. Alcune presenze sono scontate: T. Mann, Buddenbrooks, le opere di Tolstoj e, naturalmente, S. Zweig, la cui memoria è qui affidata però a due opere non fra le maggiori: Amok e Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam.

È infine da rilevare la persistenza di quella che Primo Levi chiamava “salvazione del ridere”, che fiorisce sempre accanto alla “salvazione del capire”. Capire e sorridere non possono essere disgiunte, nemmeno durante la catastrofe. Nella biblioteca di Nonantola la salvazione del ridere era tutelata da un saggio su Sterne di E. Marriot del 1908, ma soprattutto  dalla originale antologia  di Mohlgesülltes Schatzkästlein, deutschen Scherzes und Humors (1911).